HomeNewsLe imprese italiane tra crisi e nuova globalizzazione

Le imprese italiane tra crisi e nuova globalizzazione

Lo stato di salute del sistema produttivo italiano è sotto preoccupata osservazione da oltre un decennio. Pur con le ambiguità tuttora presenti nelle statistiche aggregate (Brandolini e Bugamelli 2009), se ne denunciano da tempo la dinamica insoddisfacente della produttività, soprattutto nella componente “total factor”; una crescente difficoltà a competere con successo nei confronti dei produttori emergenti; una ridotta capacità di ricerca e sviluppo. Imprese piccole e poco dinamiche (nelle produzioni esposte alla concorrenza internazionale), poco efficienti (nei settori al riparo dalla concorrenza, soprattutto nei servizi), tendono a generare disavanzi negli scambi con l’estero, salari reali stagnanti, domanda nazionale asfittica, stasi dell’economia.

La recessione del 2008-09 ha acuito le preoccupazioni. Ci si chiede se i segni di vitalità che il sistema aveva mostrato, in alcune sue parti, alla vigilia della crisi non si siano spenti. Evidenze parziali e preliminari inducono a ritenere di no, ma le prospettive generali dell’economia non sono rassicuranti. Gli scenari macroeconomici di medio termine che i principali centri di analisi prospettano per l’Italia ne indicano un ritorno, dopo la crisi, alla bassa crescita degli anni precedenti, una condizione insufficiente a conseguire i due obiettivi prioritari per la nostra economia: far progredire l’occupazione, soprattutto quella giovanile, al tempo stesso riducendo l’incidenza del debito pubblico sul prodotto (Banca d’Italia 2011). Questo lavoro avverte come le prospettive del sistema produttivo italiano vadano oggi analizzate in un contesto più ampio, tenendo conto del fatto che, nel mondo, i termini del produrre e la divisione internazionale del lavoro stanno cambiando di nuovo, secondo paradigmi delineati in una ormai ampia letteratura; li abbiamo qui riassunti nel termine “nuova globalizzazione”: i processi produttivi si frammentano (unbundling) in sequenze o “catene” (value chains) di compiti, molti dei quali possono essere delocalizzati all’estero (offshoring), sicché le catene del valore divengono globali (global value chains) e il commercio internazionale tende a mutarsi da trade-in-goods in trade-intasks.

In un tale contesto le imprese “finali”, cioè quelle che mettono insieme tutti gli anelli della catena per collocare il bene o il servizio sul mercato finale, si avvierebbero a diventare minoranza. Molte imprese divengono “intermedie”, nel senso che costituiscono anelli intermedi della catena: si approvvigionano di input da imprese a monte e forniscono il loro output a imprese a valle. Occorre chiedersi che ruolo le imprese italiane stiano giocando, e possano in prospettiva giocare, in questo nuovo mondo.

Utilizzando dati presenti nelle indagini Invind della Banca d’Italia sulle lavorazioni in subfornitura (fattispecie somigliante a quella di appartenenza a una catena del valore) abbiamo analizzato in questo lavoro un campione rappresentativo di circa 1.500 imprese manifatturiere italiane, di cui 400 “intermedie” e 1.100 “finali”. Le caratteristiche, nonché la performance durante la crisi, delle imprese “intermedie” sono state poste a confronto con quelle delle imprese “finali”. I risultati hanno innanzitutto confermato come il novero delle imprese intermedie si differenzi da quello delle finali per una serie di caratteristiche “peggiori”: minore numero di dipendenti e colletti bianchi, minore produttività, minore quota di esportazioni. Tuttavia, vi è una forte eterogeneità fra le stesse imprese intermedie, riferibile a vari tipi di comportamento all’interno della catena del valore a cui ciascuna presumibilmente appartiene.

Identifichiamo quattro tipi, di numerosità grosso modo pari: le imprese che “avanzano” nella catena perché sono (o divengono) sia multi task sia multi relazionali (imprese “evolute”); quelle che avanzano solo sotto l’uno o l’altro dei due profili; quelle apparentemente immobili (“marginali”). Fra le imprese evolute e quelle marginali le differenze nelle caratteristiche prima citate (dimensione, efficienza, capitale umano, competitività internazionale) sono notevoli, ancor più marcate di quelle riscontrate fra tutte le intermedie e le finali. La performance osservata durante la crisi conferma la maggiore difficoltà delle marginali; mostra inoltre come, di fronte a un improvviso collasso del commercio internazionale, le imprese che stavano avanzando nelle rispettive catene del valore soprattutto ampliando la rete di rapporti internazionali si siano trovate più a mal partito di quelle che stavano invece battendo la strada di una maggiore articolazione funzionale. Oltre settant’anni fa Ronald Coase (1937) spiegava come la ragion d’essere di una impresa stia nel ridurre gli alti costi di transazione in cui incorrerebbe chi tentasse di produrre un qualunque bene o servizio semplicemente acquistando sul mercato ogni singolo input o “compito” necessario alla produzione.

Quella teoria ha ricevuto nei decenni affinamenti, arricchimenti, qualificazioni. Ma una impresa, ieri come oggi, si ritrova innanzitutto a dover decidere “whether to outsource or insource (i.e., integrate)” e inoltre, nel primo caso, “whether to offshore, or not” (Helpman 2006). L’avvento delle ICT ha sicuramente abbattuto i costi di transazione ovunque nel mondo, dando un forte impulso sia all’outsourcing sia all’offshoring. Un ulteriore incentivo a frammentare il processo produttivo, anche oltre frontiera, sta nella offerta di lavoro a buon mercato e poco sindacalizzato, anche con capitale umano elevato, disponibile nei paesi emergenti. A frenare il fenomeno rimangono i problemi di incompletezza dei contratti, legati alla funzionalità dei sistemi legali, alla loro diversità fra un paese e l’altro.

Numerose imprese italiane si sono orientate da anni a fornire input intermedi ad altre imprese, piuttosto che a produrre beni finali. In origine poteva essere un segno di debolezza, ma negli anni più recenti le esperienze si sono diversificate; sono anche emerse storie di successo. In una catena globale del valore ci si può stare da locomotore (impresa finale, o intermedia evoluta) o da vagone di coda (impresa intermedia marginale). Le sorti del nostro sistema produttivo dipenderanno anche dalla capacità delle imprese intermedie di affrancarsi dal monopsonio di un grande committente e proporre i propri prodotti sul mercato globale dei beni intermedi; simmetricamente, dall’abilità delle nostre imprese committenti di allargare alla scala globale la platea dei potenziali fornitori alla ricerca della combinazione organizzativa ottima.

Non si tratta di esiti scontati, né facili. Come ogni altro tipo di progresso verso una maggiore produttività e capacità di crescita, a ostacolare quegli esiti stanno innanzitutto caratteristiche strutturali del sistema delle imprese italiane: diffusa renitenza alla crescita dimensionale; governance rigida; condizionamento dei vincoli familiari sull’audacia imprenditoriale.
Tuttavia, ostacoli provengono anche dalle inadeguatezze delle politiche pubbliche (Rossi 2009): sistema giuridico opaco, incerto, ostile all’efficienza; relazioni industriali mal regolate e politiche di welfare distorte a favore delle generazioni anziane; tutela solo parziale della concorrenza; pubblica amministrazione pletorica, inefficiente, oppressiva; pressione fiscale troppo alta.

I comportamenti privati e pubblici interagiscono negativamente nel mantenere il sistema economico paralizzato da interessi corporativi contrastanti. Le imprese italiane hanno mostrato più volte nella storia di essere capaci di giocare ruoli di primo piano nell’economia internazionale. Siamo ora a un passaggio cruciale, solo una “politica per la crescita” organica e consapevole può consentirci di superarlo.

Fonte Banca d’Italia

Richiedere proposte formative su questo argomento >> Master Banca Credito e Finanza